Le Sacre du Printemps (parte prima)

Pontificare Necesse

Clemente Randone


Ottava Puntata

Un “fallimento di grande successo”

Prima parte.

Ciao a tutti e benvenuti all’ottava puntata di Molliche d’Ascolto

Se vi foste trovati la sera del 29 maggio 1913 al “Theatre des Champs Elysees” a Parigi avreste potuto assistere ad una scena abbastanza inusuale, cioè quella di un pubblico inferocito che urlava, fischiava e tirava oggetti sul palco. Avreste vissuto, in diretta, forse il più grande fallimento di una “prima” di tutta la storia della musica. 

Il pubblico parigino, peraltro un pubblico preparato e attento, visto che Parigi all’inizio del 900 era considerato il centro culturale europeo, reagì in questo modo perché si trovò di fronte a qualcosa di assolutamente imprevedibile, molto strano e del tutto diverso da quelle che erano le sue aspettative. 

La prima oggetto di quel clamoroso fallimento è stata la prima de “Le Sacre du Printemps” di Igor Stravinskij (1882-1971) che è l’oggetto di questa Mollica d’Ascolto. 

Il titolo è originale in francese anche se, ovviamente Stravinskij era russo così come russa era i “Balletti Russi” cioè la compagnia di ballo che metteva in scena quella sera lo spettacolo, perché entrambi, in quel periodo, facevano riferimento alla capitale francese. 

Esiste anche la traduzione italiana di quel titolo e cioè “La Sagra della Primavera” con un termine che, in realtà, pur avendo nobili origini, ormai nell’uso comune assume un significato popolare di festa paesana tipo riso e salsiccia. Per dire gli inglesi l’hanno tradotto con “The Rite of Spring” che fa molto più figo. Direi che, tutto sommato potremmo chiamarlo con il titolo originale anche se, nell’uso comune, ogni tanto il……..”Sagra della Primavera” ci scapperà fuori almeno nel dialogo parlato. 

Il Sacre è importante per molti motivi. 

Intanto è il terzo spettacolo di un ideale trittico che sancì la collaborazione tra Stravinskij e i Balletti Russi: nel 1909 “L’Uccello di Fuoco”, poi “ Petruska” e infine “Le Sacre”. 

Ma il motivo più importante è che quello spettacolo, quella musica e quella coreografia hanno rappresentato un punto di svolta nella storia sia della musica che della danza. Si potrebbe dire…”dopo niente è stato più lo stesso”. 

Questo perché questa composizione rappresenta una novità assoluta per quanto concerne la musica occidentale.

Per la prima volta il ritmo diventa il fulcro e il motore di una composizione.

Nella nostra cultura, per una serie di motivi che non è il momento di approfondire, abbiamo sempre privilegiato la ricerca melodica e armonica, cioè la costruzione degli accordi che accompagnano e sostengono la melodia . E in questo siamo, probabilmente, tra le culture più importanti e all’avanguardia.

Per privilegiare questo tipo di costruzione musicale, abbiamo trascurato l’aspetto ritmico che, tranne in qualche composizione, non è mai stato un elemento di grande importanza, contrariamente a quanto accade in altre culture dove il ritmo diventa elemento principale. Avremo modo di approfondire nelle prossime Molliche questo aspetto che sembra più complesso di quello che è in realtà. 

Fino al Sacre, appunto. 

Per questo motivo il pubblico, che quella sera era andato a teatro aspettandosi uno spettacolo più o meno canonico, si è trovato di fronte a qualcosa di completamente diverso. 

Il concetto del Sacre è quello di una primavera non intesa come allegra e festosa, tipo la Primavera di Vivaldi. L’idea alla base di questa primavera è che non ci possa essere nascita senza morte, cioè che, perché qualcosa nasca,   qualcosa debba morire al posto suo. 

Non solo. Questa primavera è un primavera pagana e delle popolazioni della Russia antica. Questi due fattori sono elementi fondamentali nella composizione. 

Per spiegarvi la sorpresa del pubblico bisogna dire che, oltre alla novità nella musica questo spettacolo è stato innovativo anche per quello che riguarda la danza. Entrambe le arti erano in una fase di grande cambiamento in quel periodo, come del resto tutte le forme artistiche in generale. 

A testimonianza del clima di fermento artistico vi allego un estratto della lettera che il primo coreografo dei Balletti Russi, Michel Fokine ha scritto al Times nel luglio del 1914 per spiegare quello che erano i dettami della nuova danza. 

Pensate al clima culturale di quel periodo: un coreografo scriveva al Times e non a un giornale di provincia, una lettera parlando dei principi della danza. Noi oggi abbiamo giornalisti che scrivono sui presunti scandalosi costumi di, ad esempio, Achille Lauro al festival di San Remo. Poi si dice che l’umanità è in costante progresso. Secondo me è un concetto su cui riflettere un po’ perché non sempre, soprattutto per quello che riguarda l’arte, corrisponde a verità. 

 La lettera contenente i cinque principi del nuovo balletto è questa: 

Michel Fokine — Lettera,”The Times”, 6 luglio 1914

I Cinque Principi [del Nuovo Balletto]

Non per formare combinazioni di passi di danza già
pronti e stabiliti, ma per creare in ogni caso una nuova
forma corrispondente al soggetto, la forma più
espressiva possibile per la rappresentazione del periodo
e del carattere della nazione rappresentata – questa è la
prima regola del nuovo balletto.


La seconda regola è che la danza e il gesto mimetico non
hanno significato in un balletto a meno che non servano
come espressione della sua azione drammatica, e non
devono essere usati come un semplice divertissement o
intrattenimento, non avendo alcuna connessione con lo
schema dell’intero balletto.

La terza regola è che il nuovo balletto ammette l’uso del
gesto convenzionale solo dove è richiesto dallo stile del
balletto, e in tutti gli altri casi cerca di sostituire i gesti
delle mani con mimetici di tutto il corpo. L’uomo può
essere e deve essere espressivo dalla testa ai piedi.

La quarta regola è l’espressività dei gruppi e della danza
d’insieme. Nel balletto più vecchio i ballerini erano
raggruppati in gruppi solo a scopo di ornamento, e il
maestro di balletto non si preoccupava dell’espressione
di alcun sentimento in gruppi di personaggi o in danze
d’insieme. Il nuovo balletto, d’altra parte, nello
sviluppare il principio di espressività, avanza
dall’espressività del volto all’espressività di tutto il
corpo, e dall’espressività del corpo individuale
all’espressività di un gruppo di corpi e all’espressività
della danza combinata di una folla.

La quinta regola è l’alleanza della danza con altre arti. Il
nuovo balletto, rifiutando di essere schiavo sia della
musica che della decorazione scenica, e riconoscendo
l’alleanza delle arti solo a condizione di completa
uguaglianza, consente una perfetta libertà sia allo
scenografo che al musicista. In contrasto con il balletto
più vecchio non richiede “musica da balletto” del
compositore come accompagnamento alla danza; accetta
musica di ogni genere, purché sia buona ed espressiva.
Non pretende dallo scenografo che schierasse le
ballerine in gonne corte e pantofole rosa. Non impone
alcuna condizione specifica di “balletto” al compositore o
all’artista decorativo, ma dà completa libertà ai loro
poteri creativi.

Queste sono le regole principali del nuovo balletto.

Ovvio come questi punti siano abbastanza sconvolgenti rispetto alle abitudini dell’epoca. 

Ma cosa hanno sentito gli spettatori quella sera? 

Hanno sentito una cosa di questo tipo…… 

All’inizio uno strumento, solo, veramente solo e nudo come un verme, esegue una melodia, abbastanza semplice in realtà, ma estremamente evocativa. 

Evocativa perché Stravinskij, che era un genio, sapeva perfettamente come in musica, e nelle altre arti, sia importante non solo quello che uno ha da dire, ma anche come lo dice. In questo caso, non solamente la linea melodica che uno scrive, ma anche come, e soprattutto da chi, la fa suonare. 

Stravinskij era un genio di quella che viene definita orchestrazione cioè “chi suona che cosa”.

E nel Sacre l’orchestrazione è fondamentale. 

Questo strumento che suona all’inizio è uno strumento meraviglioso con un nome abbastanza buffo, il Fagotto. E’ uno strumento a fiato con un’estensione principalmente verso il medio-grave, che viene usato spesso sia per effetti comici che per sonorità profonde. E’ , in sostanza “l’orso” dell’orchestra, il brontolone. 

Questo è un esempio del suo suono e di come viene solitamente utilizzato. 

Fagotto

Stravinskij, invece, lo utilizza nel suo registro più acuto, per cui gli spettatori quella sera, per quanto acculturati, si sono trovati di fronte ad una sonorità stranissima. 

Perché questa scelta così inusuale? 

Avrebbe potuto far eseguire quella melodia a un flauto, o a un oboe, o a un clarinetto, per rimanere nell’ambito degli strumenti a fiato. Il risultato sarebbe stato rispettivamente una sonorità pastorale, o bucolica o pastosa. 

La scelta di far suonare un fagotto in un registro così acuto, estremamente difficile da un punto di vista esecutivo, è dovuta al fatto che questo suono non ti porta solo in un luogo remoto come la lontana e sterminata Russia, ma ti porta anche e soprattutto lontano nel tempo perché è un suono che sa di antico, di legno, non usuale o moderno. Una sonorità estremamente evocativa. Ti porta lontano nel tempo perché i riti di cui si narra sono  si  di una Russia pagana e primaverile, ma soprattutto di una Russia arcaica, di popolazioni primordiali e primitive. 

Tutto il primo brano, tra l’altro, è un fiorire di sonorità. Il suono è estremamente importante e determinante.

In tutta la composizione le melodie sono molto semplici, fatte utilizzando scale cosiddette “difettive” cioè con un numero di suoni inferiore ai canonici sette (tipo DO RE MI SOL LA) per intenderci, perché così funziona molta della musica popolare. Il Sacre, da un punto di vista melodico è una composizione semplice. È l’unico aspetto semplice, il resto è di una complessità inaudita. Pertanto, in questa prima parte che è l’Adorazione della Terra, cioè l’introduzione, il suono è l’elemento principale, più del ritmo in questo caso.  

Abbiamo non solo il fagotto, abbiamo il corno inglese che fa un controcanto, c’è un clarinetto acuto, il clarinetto basso, strumenti dai registri molto lontani tra loro. E tutti questi suoni, legati ai vari frammenti melodici, rappresentano il risveglio della terra. Un pullulare di movimenti che partono da una calma apparente, una primavera che comincia a prendere forma. È un inizio estremamente importante senza il quale non si capirebbe il senso di quello che succede dopo. 

Quello che succede immediatamente dopo, nel secondo brano (il Sacre è diviso in sezioni che si susseguono senza soluzione di continuità tranne a metà più o meno) che è la “Danza adolescenziale degli Auguri di primavera” è il primo esempio di quanto il ritmo sia fondamentale e portante. 

Qui ci troviamo di fronte a un ostinato martellare degli archi in questo modo…. 

Esempio di ritmo

Questo è Rock in sostanza. Abbiamo gli archi che rinunciano alla loro caratteristica sonora principale, che è quella della dolcezza, per martellare una pulsazione continua fatta da un accordo di questo tipo 

Accordi politonali

Sono due accordi che fanno a cazzotti tra loro. 

 Su questi accordi i fiati intervengono con accenti fortissimi e corti. Il tutto sembra il preludio di un sabba infernale. 

Questo brano ha contribuito non poco a sconvolgere il pubblico quella sera. 

Per darvi un’idea della situazione il quel 29 maggio 1913, vi cito quanto scrive Stravinskij nella sua biografia “Cronache della mia vita” (SE edizioni) del 1935 quindi circa trentacinque anni prima della sua morte, pensate un po’ che tipo era. 

La complessità della partitura aveva richiesto un gran numero di prove che Monteux ( il direttore d’orchestra) diresse con la cura e l’attenzione che gli sono proprie. Quale sia stata l’esecuzione durante lo spettacolo non posso giudicare, avendo abbandonato la sala dopo le prime battute del preludio, che sollevarono immediatamente risa e dileggi. Ne fui indignato. Queste manifestazioni, dapprima isolate, divennero ben presto generali, suscitando reazioni opposte che produssero in breve un chiasso infernale. Durante tutta la rappresentazione rimasi tra le quinte a fianco di Nijinsky (il coreografo). Costui stava in piedi su una sedia e gridava a squarciagola ai ballerini    “ Sedici, diciassette, diciotto,” (si servivano di un conteggio convenzionale per segnare le battute). Naturalmente quei poveretti non sentivano a causa del tumulto della sala e del loro calpestio. Io ero costretto a tenere per il vestito Nijinsky, fuori di se dalla rabbia e in procinto di balzare inscena, da un momento all’altro, per fare scoppiare uno scandalo. Diaghilev (impresario dei Balletti Russi), per far cessare quel chiasso, dava ordine agli elettricisti ora di accendere, ora di spegnere le luci della sala. E’ tutto ciò che riesco a ricordare di quella prima….” 

Nijinsky (1889-1950) era un grandissimo danzatore e coreografo. Stravinskij lo stimava tantissimo come danzatore, non altrettanto come coreografo per due motivi, in pratica. Il primo perché, secondo Stravinskij era a digiuno di qualsiasi nozione musicale, poi perché, essendo il Sacre la sua seconda coreografia, aveva commesso un errore molto comune, secondo Stravinskij, quello di sovraccaricare la coreografia stessa con passi complicarti, quando in realtà già la musica era abbastanza complessa e quindi la coreografia avrebbe dovuto essere qualcosa di più semplice e più inerente alla natura e alla pulsazione ritmica della musica. 

 Sergej Djagilev (1872-1929) , invece, era un impresario. Molto diverso da quelli odierni.

Era estremamente colto, intelligente e, soprattutto era un dilettante nelle arti. Il termine va inteso in senso positivo, cioè una persona che si dilettava a praticare varie forme artistiche, in questo caso pittura, musica e ovviamente danza, senza farne una professione. La categoria dei dilettanti , oggi come oggi, soprattutto per quello che riguarda la musica è estremamente carente. I dilettanti sono importantissimi perché conoscono i rudimenti di una forma artistica. Se oggi ce ne fossero di più è ovvio che tanti presunti artisti sarebbero in difficoltà perché non potrebbero più, come si dice in gergo, ”darla da bere”! al pubblico perché, se il pubblico conosce i rudimenti di quello che stai facendo è ovvio che la preparazione tua, che  stai sul palco,   dev’essere molto più accurata. Se il tuo pubblico è ignorante in materia puoi fare quello che vuoi, se è un pubblico preparato, le cose cambiano radicalmente. 

Chiudo questa prima parte dedicata a questo capolavoro con un ulteriore considerazione. 

C’è stato, quella sera, un pubblico che ha fischiato e disapprovato lo spettacolo, come accade, ancor oggi, a volte nelle rappresentazioni delle opere. E’ stato un pubblico completamente diverso da quello spesso addomesticato di oggi che applaude o ride a comando, soprattutto in ambito televisivo, e che è sostanzialmente acritico. 

Il pubblico di quella sera è diventato un pubblico, a suo modo famoso perché ha contribuito a creare una serata  storica, un momento di rottura. 

Ed è stato lo stesso pubblico che, già l’anno dopo, in una esecuzione del Sacre in forma di concerto, ne decretava il successo totale e solamente cinque anni dopo, digerita la novità, decretava il trionfo, sempre a Parigi, anche della versione coreografata. 

Quel pubblico ha esercitato un ruolo, con il diritto al dissenso, magari espresso in modo un po’ troppo vivace, ma questo dimostra come il clima artistico e culturale di quel periodo fosse  veramente interessantissimo e vitale. 

Detto questo per il momento vi saluto e vi do appuntamento alla seconda parte dedicata sempre a questa composizione. 

Ciao a tutti e……fate i bravi. 

Balletti Russi

3 risposte a “Le Sacre du Printemps (parte prima)”

  1. Tema della puntata: la sagra della primavera, come esempio di fagotto “l’apprendista stregone” di Dukas, è stato citato “l’uccello di fuoco” … mi è venuta voglia di rivedermi i due “Fantasia” di Walt Disney, ahahahah. Bellissima puntata, aspetto il seguito.

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  2. Praticamente un dejavu leggere questo articolo…sono tornata sui “banchi” dì scuola, anche se non avevamo banchi nella piccola saletta dì musica… e stavamo tutti stretti, perché ovviamente oltre ai banchi non avevamo nemmeno il covid all’epoca.. e si ascoltavano le lezioni del maestro con occhi e orecchie sgranate. articolo bellissimo, un tuffo in dietro nel tempo, che meraviglia!Grazie!!

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    1. Ciao Gioia, che piacere ” ritrovarti”. Sembra un’altra era geologica, è vero, ma lo spirito è quello di sempre. Del resto entrambi siamo, come ha detto il grande Bertoli…..” Con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

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