To Cover or not To Cover (parte seconda)

Ciak si Muove

Umberto Nannelli


Settima puntata

Il dilemma amletico della scorsa volta si infittisce

Ciao a tutti. 

In questa puntata cercherò di rispondere a una delle domande che avevo posto, su vostro suggerimento, nello scorso episodio che è la seguente:

” Perché si fa una cover?” 

Anche questa è una bella domanda. 

Cominciamo col dire che fare le cover rappresenta una parte del bagaglio musicale e artistico di qualsiasi “band” o di qualsiasi ragazzo/a che si avvicina alla musica. Quando ci si mette insieme per formare un gruppo musicale le prime cose che si fanno sono, appunto, cover di brani famosi o che piacciono particolarmente .  

Cioè si copia un determinato brano, oppure più brani di un artista o gruppo. 

Questo   permette di prendere confidenza con la tecnica strumentale,  di migliorarla, di entrare in sintonia con gli altri membri del gruppo e infine di provare a creare un prodotto che piaccia e che sia gratificante. 

Pertanto, quasi tutti i gruppi all’inizio della loro attività, sia a livello professionistico che amatoriale, hanno cominciato suonando, appunto, cover. 

Ad esempio, i Beatles, ovvero uno dei gruppi più importanti, se non il più importante, della storia della musica cosiddetta “leggera”, hanno cominciato la loro attività copiando e suonando i brani più importanti del Rock’n’Roll anni Cinquanta, che arrivavano dagli USA. 

 E se si ascoltano le loro prime incisioni, i loro primi brani originali tipo “Love Me Do” o “She Loves You” si può sentire chiaramente ancora l’influenza del Rock’Roll sia come modo di suonare che di cantare, con quei falsetti tipici, ad esempio, di Little Richard nella sua esecuzione, tra le altre, di “Lucille”. 

Da allora in poi le cover hanno sempre rappresentato, per tutti i gruppi e anche per i solisti, un momento propedeutico, nell’attesa che il gruppo sviluppasse la propria creatività suonando brani di propria composizione. 

E’ quello che succede un po’ anche nelle Accademie d’Arte dove una parte fondamentale dello studio riguarda proprio la copia.  

Copiare è un ottimo modo per imparare i meccanismi di costruzione di una determinata forma artistica e la musica, in questo, non fa eccezione. 

Diverso è poi il discorso riguardante un artista che, nel proseguire della propria carriera, o nel pieno della maturità, o, come spesso succede, nella fase più discendente della propria carriera, si dedica a fare delle cover di brani più o meno famosi. 

Qui il discorso si fa un po’ più articolato perché, se osservate, questo avvicinarsi alle cover accade spesso quando l’artista è in una fase diciamo  “di stanca” dal punto di vista creativo. 

E’ ovvio che non si può pretendere da nessun musicista o artista di essere sempre al massimo delle possibilità creative e di produrre sempre composizioni nuove ed accattivanti. Anche la vena creativa, come tutto nella vita, è soggetta ad un andamento altalenante, e ci sono momenti in cui  sembra esaurirsi. E questa è una cosa che capita quasi a tutti. 

C’è anche un’altra considerazione da aggiungere e cioè che produrre una cover funziona soprattutto per il pubblico, perché il pubblico ama molto rifugiarsi nelle cose che già conosce.  

Questo è evidente se consideriamo la “mania” dei revival.  

Si parla spesso dei “favolosi anni….” e potete aggiungere 60 o 70 o 80 ecc ecc. a vostro piacimento. C’è l’abitudine di volgere lo sguardo all’indietro e di ritenere che tutto quello che c’era in passato sia migliore di quello che c’è adesso.  

Questo è rassicurante. 

Guardare avanti spesso fa paura. Girarsi indietro è più gratificante. Ci si sente a casa, si trovano conferme e ci si sente tranquilli. 

E’ anche così che si giustificano frasi come.” Ah, non c’è più la musica di una volta”, “ Il Rock è morto con Jimi Hendrix,” “Come suonavano negli anni novanta i Radiohead non  suona più nessuno”.  

Tutto quello che c’era una volta ……sembra più figo di quello che c’è adesso. 

Fare le cover, quindi, asseconda un po’ questa tendenza. Rivisitare brani del passato aiuta anche a mantenere costante un rapporto col pubblico. 

Sono molti artisti che fanno cover. 

Bisogna poi vedere quali sono le reali motivazioni che spingono a fare una cover e, soprattutto, qual è il risultato finale di questa operazione. 

Se le motivazioni sono valide e non di “facciata”, fare una cover è un’operazione che si può rivelare interessante perché, come ho detto più volte, non esiste in musica la versione definitiva. Questo perché ci sono talmente tanti parametri che entrano in gioco nella costruzione di un brano, velocità, dinamica, strumentazione, timbro vocale, scelta dell’arrangiamento  che una cover fatta con un certo criterio di analisi e approfondimento è sempre meritoria e interessante come prodotto artistico. 

Su quali elementi si può agire lavorando su una cover? 

Innanzi tutto, sarebbe una buona cosa partire dall’analisi del testo perché è evidente come nelle canzoni, e del resto in tutte le forme musicali che lo prevedono, laddove ci sia un testo questo va tenuto in considerazione. 

Per le canzoni dipende, ovviamente molto dal tipo di canzone stessa. Se prendiamo ad esempio, alcune canzoni americane di successo ci possiamo accorgere come il testo, a volte, sia un pre-testo pieno di slogan (honey, babe, c’mon….) o di luoghi comuni che, forse, nessun autore italiano metterebbe nelle proprie creazioni. 

Se avete dei dubbi provate a tradurre i testi di molti brani dance americani della seconda metà degli anni Settanta e avrete una conferma di questo fatto. 

Pertanto, si può lavorare su un testo nel caso il testo sia interessante. Da questo punto di vista le canzoni di molti cantautori italiani e non solo, sono, ad esempio, una bella fonte di ispirazione. 

Se invece non è il testo ad essere particolarmente significativo, si può agire, come abbiamo visto la scorsa puntata, sulla parte ritmica, Kate Bush in Rocket Man ha fatto essenzialmente questo. (non che il testo in questo caso fosse poco significativo ma la scelta è stata diversa). 

Si può lavorare sul suono, sulla scelta degli strumenti, sull’arrangiamento generale. 

Se si prende ad esempio “Sacrifice” di Elton John che ha un testo molto particolare accompagnato però da una musica che non gli rende pieno merito e prendete la versione fatta da Sinead O’Connor ci si può rendere conto di cosa vuol dire lavorare sul testo e sul suono per portare alla luce alcune delle potenzialità un po’ nascoste della versione “originale”. 

Oggi però volevo parlarvi di una cover facendo un percorso a ritroso rispetto a quanto fatto nella Mollica numero 2 riguardante Alabama Song. Non da un punto di vista cronologico ma come risultato finale. 

Nel agosto del 1969 si è svolto a Woodstock negli USA (che poi, in realtà, si è svolto in una cittadina  vicino chiamata Bethel) non il primo, ma certamente il più importante festival Rock di quel periodo. Il festival di Woodstock, tre giorni di pace amore e musica come è stato definito. 

Importante perché, per la prima volta, in un unico luogo si sono radunati circa 500.000 ragazzi e ragazze in un posto che ne poteva contenere 50/60000. E’ stato un happening di tre giorni nei prati, in mezzo al fango per le frequenti piogge, dover si seguivano i concerti, si ballava, si mangiava, si dormiva, si fumavano strane sostanze, si praticava l’amore libero…….un bel casino, insomma. 

E’ stato l’inizio della moda di  questi grossi raduni rock, moda che sarebbe durata per anni. 

A quel festival hanno partecipato molti artisti famosi in quel periodo e negli anni successivi come Jimi Hendrix, Janis Joplin, Joan Baez, Grateful Dead, Ravi Shankar, Carlos Santana, gli Who e tanti altri. Esiste anche un film che racconta di quei giorni. Ne trovate spezzoni su YouTube. 

Ad un certo punto, nell’ultima giornata, sale sul palco un ragazzo di venticinque anni, Joe Cocker, con una maglietta improbabile per i gusti odierni, e propone, tra gli altri pezzi, questa canzone…. 

Joe Cocker a Woodstock

Un bel cazzotto nello stomaco, con questa vocalità coì particolare, così poco “curata” e ortodossa da un punto di vista classico. 

Tra l’altro all’inizio del pezzo c’è questa lunga introduzione dovuta anche al fatto che Joe Cocker non entra quando avrebbe dovuto. Il gruppo quasi si ferma su un “pedale” e questo contribuisce ad accrescere l’attesa e la tensione. Poi finalmente entra la voce e ti prende. 

Ti può piacere o meno, ma è comunque un suono dal quale traspare un’anima. Si dice spesso che gli occhi sono lo specchio dell’anima, ma anche la voce può esserlo, eccome. 

E’ evidente come dietro un suono di questo tipo ci sia una forte personalità con un grande carisma. 

Questo modo di cantare finisce per dare un’importanza incredibile al teso che recita: 

Cosa faresti se io cominciassi a cantare in modo stonato, 

Ti alzeresti in piedi e te ne andresti via? 

Prestami le tue orecchie e cercherò di cantarti una canzone 

E cercherò di non stonare ( la metafora sul fatto di sentirsi non adeguati nella vita è evidente) 

Ce la farò con un po’ di aiuto da parte dei miei amici 

Mi risolleverò con un po’ di aiuto da parte dei miei amici 

Ci proverò con un po’ di aiuto da parte dei miei amici 

Cosa farò quando il mio amore non ci sarà ?

(coro risponde) Ti preoccupa rimanere da solo? 

Come mi sentirò alla fine del giorno ?

(coro) Sei triste perché sei veramente da solo? 

No, ce la farò con un po’ di aiuto da parte dei miei amici. 

Poi, nell’inciso 

(coro) Hai bisogno di qualcuno? 

Ho bisogno di qualcuno da amare 

(coro) potrebbe essere chiunque? 

Voglio qualcuno da amare. 

Vi faccio sentire il grido disperato con cui lui dice queste due frasi….. 

Do You Need Anybody?

E’ un urlo dal quale è impossibile, praticamente capire le parole. Il suono si fa drammaturgia. 

Questo ci fa capire come in questa cover ci sia un idea di fondo, cioè quella, utilizzando suono, ritmo, velocità e strumentazione, di far risaltare, al massimo, la drammaticità del testo. 

Parlo di cover perché questa è una cover. 

Ed è una cover di un brano dei Beatles che nel 1967 nel loro album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, uno dei loro capolavori totali, avevano inciso appunto “With a Little Help from my Friends”. Se voi ascoltate diciamo “l’originale” vi potrete rendere conto dell’importanza che ha, anche nella musica leggera, il concetto di interpretazione. 

Il brano dei Beatles è questo…… 

Solo due anni prima, 67 rispetto al 69, ma un’era geologica prima. 

C’è un aneddoto che racconta che quando John Lennon ha sentito la versione di Joe Ciocker gli avrebbe detto “ D’ora in po questa canzone è tua e noi non la suoniamo più”. Non so se questo aneddoto sia vero o se sia una leggenda metropolitana. Poco importa. E’ comunque significativo. 

La differenza tra le due versioni è pazzesca. E’ evidente che se si ascolta la versione dei Beatles, molto carina, si fa fatica a cogliere il senso del testo, così inserito in una musica che, in sostanza, è una marcetta. Senz’altro i Beatles non volevano sovraccaricarlo  di troppi significati, però c’è da dire che il lavoro di “scavo” fatto da Joe Cocker  ne ha portato alla luce il significato più profondo. La melodia rimane quella ma tutto il resto della musica non ha praticamente niente a vedere con la versione dei Beatles e tutto ha una sua precisa funzione drammaturgica. 

Perché dicevo percorso a ritroso? 

Perché mentre per Alabama Song della seconda Mollica, è evidente come la versione di Brecht e Weill, cioè di chi ha scritto il pezzo, sia molto più articplata  profonda e interessante rispetto a quella dei Doors, qua, a mio parere, e qui so che scatenerò le ire dei fan dei Beatles, che peraltro piacciono anche a me e che ritengo fondamentali nella storia della musica leggera, la versione di Joe Cocker, sempre secondo me e non esiste la verità assoluta in musica, è nettamente più importante di quella dei Fab Four. 

Non a caso questo uno dei pezzi più iconici di tutto quel festival insieme a quello di Jimi Hendrix quando suona l’inno americano o all’esibizione pacifista di Joan Baez. 

Ecco,  spero che questo esempio, che io faccio spesso nei miei incontri con i ragazzi, vi possa far capire come, anche nella musica leggera, esista la possibilità di dare una propria idea, una propria visione di brani anche abbastanza famosi.  

Rendetevi conto del fatto che un ragazzo di venticinque anni, quasi alle prime armi, sale su un palco di fronte a mezzo milione di persone e stravolge una canzone dei Beatles che erano il gruppo più importante di quel periodo. Questo vuol dire avere coscienza delle proprie capacità, sapere di avere qualcosa da dire e da dare al mondo e il coraggio di saperlo fare . 

Questo dovrebbe essere lo scopo di tutte le cover, trovare in un brano una via diversa e nuova che possa rappresentare, al meglio, quello che l’artista vede all’interno di quel pezzo. Poi il risultato può incontrare il favore o meno del pubblico, ma questo è un rischio connesso profondamente a qualsiasi operazione artistica. 

Detto questo, al solito, vi saluto. 

Alla prossima e…..fate i bravi. 

3 risposte a “To Cover or not To Cover (parte seconda)”

  1. Sotto ad un altro post era uscito il discorso “Belushi”, qui apro una parentesi e consiglio di guardare i video del Saturday Night Live dove Belushi fa il verso a Cocker proprio cantando “With a little help from my friends” (e ne esite un altro dove la cantano insieme) chiusa parentesi. Joe Cocker, 25 anni, all’epoca con un disco all’attivo proprio intitolato “With a little Help from my friends”, 10 tracce, delle quali 7 cover, se non erro, cover o non cover rimane un capolavoro di album. Per non parlare di quando si leggono i crediti di quell’album, una moltitudine mostruosa (nel senso buono) di talenti, per citarne uno: Steve Winwood, mr. Gimme some loving. Mettendo a confronto le due versioni, quella di Cocker e quella dei Beatles (che fra l’altro questa inizia sul finale di Sgt. Pepper’s, facendo gridare a mezzo mondo al concept album, anche se non lo è, per buona pace di Frank Zappa e il suo Freak out!) si capisce che lo stile “Beatlesiano” è puramente una questione estetica, di arrangiamento, non tanto di composizione, in risposta a tutti quelli che dicono: “ah, le canzoni dei Beatles sono belle solo suonate da loro perché le hanno scritte loro e loro hanno uno stile tutto loro”. A questi consiglio la visione di “The Rutles – All you needs is cash” di Eric Idle dei Monty Python e Neil Innes dei Bonzo Dog Doo-Dah Band che fa degli arrangiamenti spaziali stile Beatles, talmente perfetti che in alcuni casi hanno scambiato queste parodie per inediti dei Fab4.

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    1. I Beatles dalla loro avevano il dono, tra le altre cose, della sintesi. I loro pezzi speso avevano degli ” incipit” pazzeschi che ribaltavano il consueto rapporto strofa/ritornello. Sono anche un esempio di come le capacità artistiche superino di gran lunga quelle tecniche strumentali. Secondo me hanno avuto l’intelligenza di separarsi all’ inizio degli anni 70. Non penso sarebbero sopravvissuti musicalmente a quel periodo così complesso musicalmente.

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      1. Per la miseria, ottimo punto di riflessione! Sinceramente, ammetto la mia lacuna, non ho mai pensato a come avrebbero potuto essere i Beatles negli anni ’70 se non si fossero sciolti. Sì, ho seguito un po’ le carriere soliste, ma soprattutto nei primi dischi solisti, mi è parso quasi un “recupero” di materiale scartato ai tempi del gruppo. Ok, spiccano su tutti “All things must pass” di George Harrison e il primo di John Lennon/Plastic Ono Band (più che altro per le sperimentazioni), ma comunque si sente un forte retaggio degli anni precedenti, soprattutto in quello di Harrison.

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